Munch: un viaggio nell’animo umano

da 21 Gennaio 2014Cultura0 commenti

Uscita dalla mostra ho avuto una strana sensazione; Munch non può lasciare indifferenti. Anche il cielo, di un color grigio intenso sopra le teste dei genovesi che passeggiano in piazza Matteotti, sembra aver assunto i colori delle tele appena viste.

Di mostre ne ho viste parecchie, fin da piccola l’arte mi ha affascinata, ma questa mi ha lasciato dentro un segno diverso.

 

Edvard Munch Madonna

Munch è conosciuto dal grande pubblico per “L’Urlo”, ma forse non tutti sanno che il suo percorso artistico racchiude opere ben più emblematiche che riescono a ricostruire la sua complessa personalità. Credo che il fine ultimo della mostra sia proprio quello di andare oltre la tela, di riuscire a cogliere alcuni aspetti del suo essere.

L’artista è tutto il contrario di ciò che è esistito fino ad allora, si oppone deliberatamente a tutto ciò che vede e conosce, è uno spirito libero che nutre profonda ammirazione per il passato, ma che al contempo cerca di andare oltre la tradizione; la sua opera ci sconvolge, la sua forza non conosce rivali.

Mi aggiro fra le sale, rapita dai colori, fra il silenzio degli intenditori e i sorrisi dei bambini che sono invitati a disegnare ciò che vedono, l’arte è interpretazione che non conosce età.

I primi quadri sono austeri, taglienti, trapela il disagio derivato dall’infanzia difficile, segnata dai lutti in famiglia, ma una malinconia composta riesce ancora a prevalere sulla disperazione.

La terza sala è quella che mi ha colpita di più, l’avevo già attraversata, quando ho scelto di ritornarci, per un ultimo sguardo, veloce, nella speranza di fissare quelle immagini per sempre nella mia mente.

Munch scrive: “l’arte è il sangue del cuore umano”.

L'Urlo (da Munch) - Andy Warhol

Nella sala si susseguono temi forti: la gelosia, la passione pericolosa, il peccato. Munch ama i contrasti: accosta il sacro e il profano, la vita e la morte, il rosso e il nero. Il suo disagio interiore si scatena con tutta la violenza che ha dentro, le paure di vivere si fissano negli sguardi annichiliti dei suoi soggetti.

Cammino e mi ritrovo in una sala dai temi molto diversi; ora prevalgono i paesaggi, la natura. Munch ha un rapporto violento con ciò che lo circonda, sottopone per mesi le sue tele agli umori del tempo, ai capricci delle intemperie quasi volesse intraprendere una sfida con ciò che lo tormenta.

Dopo una parentesi “luminosa” a casa dei benestanti Linde a Lubecca, dove Munch, su commissione, dipinge i ritratti di ogni membro della famiglia, mi ritrovo nuovamente avvolta dal senso di inquietudine che prevale in quasi tutte le 80 opere esposte.

Leggo su una parete qualche pensiero dell’artista: “Abbiamo sofferto la morte durante la nascita. Siamo lasciati con la più strana delle esperienze: la vera nascita, che è chiamata morte. Per cosa siamo nati?”

E ancora: “Mi è stato attribuito un unico ruolo da interpretare su questa terra: un ruolo caratterizzato da una vita piena di malattie e di avvenimenti dolorosi così come la mia professione di artista. Un’esistenza nella quale non esiste una sola cosa che somigli alla felicità e che addirittura non osa aspirare alla felicità”.

Ancora qualche passo e sono in una sala dominata dai soggetti femminili; colori accesi, immagini statiche, quasi in posa, composte. Non si riesce a capire quali sentimenti Munch nutra nei confronti dell’universo femminile: timore? Paura? Ammirazione? Mentre attende la morte dice: “Mio zio si è sposato a 80 anni. Avrebbe fatto meglio a prendersi un caffè”.

Le sorprese non sono finite e il fil rouge continua con un sorprendente Andy Warhol che reinterpreta il genio norvegese. Vi chiederete, cosa hanno in comune due artisti così diversi? Vi confesso, anch’io ad un primo impatto sono rimasta sorpresa, ma ben presto ho notato che temi quali l’ansia, l’alienazione, la bellezza ideale, la mortalità possono ritrovarsi in entrambi. Warhol, genio che modifica e personalizza ogni cosa a suo piacere, sembra avere un timore reverenziale nei confronti di Munch: si limita a cambiarne i colori, a calcarne le linee, ma lascia intatti i soggetti, onorandone il lavoro.

La scritta “uscita” mi fa capire che la visita è terminata, ma le sensazioni che ho provato credo mi resteranno impresse a lungo.

Se vi capita di fare due passi a Genova fino al 27 aprile, pensateci, secondo me, merita davvero!

Tutte le informazioni della Mostra sul sito di Palazzo Ducale – Genova

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