C’era una volta Apricale

da 13 Settembre 2012Glocal0 commenti

C’era una volta un paese di pietra abitato da gatti e cantastorie, baciato dal sole e dalla fortuna. Questo paese, per mestiere, costruiva favole da donare agli sconosciuti di passaggio.
La sua fama si diffuse tanto rapidamente, che le persone iniziarono ad arrivare da ogni dove, solo per perdersi nelle storie fantastiche di creature misteriose e boschi incantati, narrate con studiata perizia dai menestrelli di questo strano villaggio, costruito sulla sponda di una collina dove pareva, o forse solo si raccontava, che il sole non tramontasse mai.

E per i vicoli nascosti, ricoperti di pietre grigie, ovunque ti sorprendono i colori: di insegne, cassette delle lettere, o di semplici fiori.

Vicolo Scale ApricaleEd essendo un paese medioevale, non mancano certamente all’appello il re, la regina e la principessa del regno, affacciati, con maestosa eleganza, alla finestra del castello della lucertola, in un saluto perenne ai sempre ossequiosi ospiti, assiepati nella piazza sottostante.

Ma le meraviglie di Apricale non finiscono qui…

Che dire della bicicletta rivolta verso l’infinito posta sull’estrema sommità della torre del castello?
Ognuno di voi, miei cari lettori, ci legga ciò che desidera, per me, che si sa, sono una romantica donna inglese, trattasi di un pegno d’amore.
Fino alla fine del mondo, sembra volermi promettere (o minacciare, forse?).
In realtà altro non è che un’opera del 2000 dell’artista Sergio Bianco, dal titolo “La forza della non gravità”. Ma è stato come svelare il trucco di un mago, quando la verità irrompe nella fantasia, porta con sé solo distruzione.

Apricale arte liguriaTra sogni e illusioni lascio il villaggio di pietra abitato da gatti e cantastorie, baciato dal sole (Apricus significa esposto al sole) e dalla fortuna.
Lungo la strada che mi riporta a casa penso a quanto sottile sia, a volte, la differenza tra ciò che è, e quel che potrebbe essere.
È un’idea che mi piace.

E se bastasse appena crederci, per riuscire a trasformare la nostra zucca in un’incantevole carrozza? Io non lo so, ma perché non provarci!?
Bibidi bobidi bu!

Testi e Foto di Paola Faravelli

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